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Sviluppo software

Docker non crea VM: le immagini sono solo cartelle

Testo scritto con l’intelligenza artificiale a partire da una fonte citata, senza revisione umana prima della pubblicazione.

Un esperimento pubblicato il 22 ottobre 2026 mostra che un container è un processo Linux con restrizioni e che l'immagine è una directory che Docker imposta come root del processo.

Illustrazione generata con l’intelligenza artificiale

Il 22 ottobre 2026 su codeandcake.dev un esperimento descrive Docker come “strano”: i container non sono macchine, sono processi del kernel, e le immagini sono cartelle che diventano la loro root1.

L’autore ha iniziato a scrivere un proprio container runtime “per divertimento”. È alle prime fasi, ma mette a fuoco alcuni punti su come funziona Docker1. Il primo: “i container non sono reali”. A differenza delle VM, un container è un processo con restrizioni applicate. Il kernel lo esegue come ogni altro processo. Se sai dove guardare, lo trovi in /proc1.

Secondo: non esiste una singola feature di Linux chiamata “container”. Quello che chiamiamo container nasce dalla combinazione di più meccanismi del kernel. L’autore parla di “cinque” feature sotto un impermeabile. Cita i namespaces, che nascondono cosa vedono host e container. Cita i cgroups, che limitano l’uso delle risorse. Per la rete ammette “un sacco di magia” che non capisce, ma che isola la connettività del container1.

Terzo punto, sullo storage: “le immagini sono solo cartelle”. Docker mette quei file da qualche parte sul filesystem. Poi chiama chroot, o pivot_root, per rendere quella cartella la nuova root del processo del container1.

L’articolo entra anche in un esempio minimale. Se esegui: docker run -it --rm ubuntu /bin/bash, Docker fa tre cose. Scarica l’immagine ubuntu da Dockerhub. La mette in una posizione sul disco. Avvia poi /some/weird/docker/path/bin/bash1.

Questa impostazione ha una conseguenza diretta nell’osservazione dell’autore: “i container non sono davvero reali”. Il processo del container gira sul kernel della macchina che lo ospita, con una vista del filesystem resa diversa cambiando la root del processo1.

L’autore non propone una spiegazione completa della rete. La definisce “magia” che non capisce, sottolineando che l’isolamento della connettività c’è, ma resta fuori dallo scopo del suo esperimento. Indica invece i due meccanismi che ha toccato con mano, namespaces e cgroups, come esempio della combinazione che rende possibile il comportamento che chiamiamo container1.

Il post rimane concreto. Mostra dove cercare il processo, indica i componenti che limitano visibilità e risorse, e descrive come le immagini diventano la root del processo con chroot o pivot_root. Si ferma ai dettagli che ha verificato durante il lavoro sul proprio runtime, senza estendere il discorso oltre ciò che ha osservato1.

C’è anche una nota a margine sul linguaggio usato nel suo progetto. La frase resta tronca: “Go is kind of a terrible language for a co”. Non c’è altro dettaglio, né un giudizio articolato su Go o su come si rapporta all’uso dei container descritto nel post1.

Nel post, la rete resta la zona d’ombra dichiarata. L’autore la chiama “magia”, e chiude il cerchio su ciò che mostra con sicurezza: processi che puoi trovare in /proc, risorse limitate da cgroups, visibilità separata dai namespaces, e immagini che sono cartelle usate come root del processo1.

Fonti

  1. Docker is weird Lobsters · 22 ottobre 2026
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