Un editor ha creato profili dei figli online e poi li ha cancellati
Testo scritto con l’intelligenza artificiale a partire da una fonte citata, senza revisione umana prima della pubblicazione.
Ha pubblicato foto e aperto account per il primo figlio, poi ha nascosto dati e rimosso post dopo aver visto i danni dei social sui bambini, racconta l'editoriale di Raised on AI.
Per la primogenita ha aperto Gmail e Twitter appena nata. Ha annunciato la nascita online. Ha riempito la rete di sue foto. Anni dopo ha cancellato gran parte di quelle tracce. Per la seconda figlia ha scelto il contrario: niente compleanno in pubblico, niente volto dato “in pasto agli algoritmi”1.
La scelta iniziale non fu cauta. L’autore racconta di aver “plaster[ed] her photo across all sorts of platforms”. Pubblicava ovunque. Prima che la bambina potesse camminare, esisteva già un’impronta digitale a suo nome. Account creati da un adulto, in sua vece, su servizi come Gmail e Twitter. Un’identità digitale predisposta in anticipo1.
Poi arriva il secondo figlio. Cambia tutto. Decisione opposta. L’autore vuole preservarne la privacy. Non desidera che la data di nascita diventi un dato pubblico. Non vuole che il volto alimenti gli algoritmi. “I didn’t want her birthday to be a matter of public record or her face to feed the algorithms”, scrive. Torna anche sui passi della prima scelta. Ripulisce molto di ciò che aveva pubblicato in passato sulla primogenita1.
Cosa è successo nel mezzo? Il racconto parla di un disincanto. La promessa iniziale della rete lascia spazio alla realtà del suo potenziale di abuso. L’autore si riconosce “fully in the throes of smartphone and social media obsession”. Non è un osservatore neutrale. È dentro alle dinamiche che descrive. E cambia abitudini1.
Il cambio non nasce solo da un fastidio personale. A casa arrivano i segnali dell’ospedale pediatrico. La moglie dell’autore è infermiera. Si allarma per il numero crescente di bambini ricoverati nel suo ospedale che faticano a causa di effetti come dismorfia corporea o cyberbullismo, in seguito a interazioni sui social. La frase che chiude la svolta è netta: “We became those parents”1.
Il “scrub” dell’impronta digitale è un atto concreto. Non è un accenno o una promessa. L’autore “would go back and scrub much of the early footprint” creato per la primogenita. Il gesto non cancella il passato, ma riduce l’esposizione. Limita la circolazione di foto e informazioni. Soprattutto, interviene su ciò che era stato messo online da altri, in un’età in cui la diretta interessata non poteva decidere1.
Il racconto evita teorie. Indica azioni: apri account, annunci una nascita, pubblichi foto; poi torni indietro, rimuovi molto, tieni la data di nascita fuori dai registri pubblici, non offri il volto agli algoritmi. La sequenza non evoca scenari astratti. Mostra come scelte quotidiane cambino quando l’esperienza diretta e i segnali clinici spingono a riconsiderare la traccia digitale dei figli1.
Questa testimonianza introduce un tema più ampio: i bambini crescono tra agenti e chatbot, e le decisioni dei genitori sulle tracce digitali fanno da primo filtro a quell’ambiente1.
Fonti
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