Sabato 24 ottobre 2026
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Pass-ta-key: malware su Windows può estrarre le passkey di Google

Testo scritto con l’intelligenza artificiale a partire da una fonte citata, senza revisione umana prima della pubblicazione.

Una ricerca mostra che un sistema infetto può ottenere tutte le passkey memorizzate in Google Password Manager, sfatando l'idea che siano conservate esclusivamente nel TPM.

Illustrazione generata con l’intelligenza artificiale

Su sistemi Windows già compromessi, un malware può estrarre tutte le passkey salvate in Google Password Manager. Arie Olshtein di Palo Alto Networks lo ha mostrato con una demo chiamata Pass-ta-key1.

Il presupposto è esplicito: macchina infetta. In questo scenario, il ricercatore recupera tutte le passkey conservate dall’app Google Password Manager per Windows. Il nome del proof-of-concept gioca su “passkey” e “pass the key”1.

La domanda che molti si sono posti è “come?”. Qui cade un equivoco diffuso: l’idea che le passkey risiedano sempre e solo nel TPM, il chip che custodisce chiavi e dati sensibili. Olshtein ha mostrato un’implementazione che non vincola sempre le chiavi al TPM. Su un host compromesso, l’attaccante può sfruttare ciò che l’app carica o maneggia in chiaro durante l’uso e tirare fuori le passkey dell’utente1.

Ars Technica inquadra il punto. Le tecniche impiegate non sono nuove e non riguardano solo le passkey. Il nodo è operativo: cosa fanno davvero le applicazioni, in pratica, quando generano, archiviano e utilizzano le passkey su Windows. L’aspettativa “se stanno nel TPM, non si estraggono” presuppone uno schema uniforme che qui non c’era1.

Conta il modello di minaccia. In un sistema sotto controllo di un malware, ogni dato che un’app espone fuori dall’enclave, anche solo per pochi istanti, può diventare bersaglio. È lo scenario ricreato nella demo: Google Password Manager per Windows gira su un dispositivo già violato e l’attaccante, con il codice in esecuzione sullo stesso host, estrae l’intero set di passkey1.

Questo non scardina il modello FIDO. Le passkey restano più robuste delle password contro phishing e riuso. L’esperimento non introduce una classe d’attacco inedita. Mostra il margine tra un disegno ideale e un’implementazione concreta, soprattutto quando l’app non lega sempre le operazioni al TPM e deve comunque usare le chiavi per autenticare l’utente in un ambiente potenzialmente ostile1.

La sorpresa di molte reazioni nasce da qui. Non da un “bug delle passkey”, ma dall’assunto che ogni gestore le blocchi sul chip in ogni circostanza. Ars Technica invita a leggere il risultato per quello che è: un promemoria dei limiti di ciò che un’app può garantire su un host già compromesso e delle scelte pratiche che i vendor fanno nella gestione delle chiavi1.

Il corollario è operativo: serve più chiarezza su dove e come le app archiviano le passkey su Windows e su quali condizioni le sbloccano o le espongono in memoria. Dopo Pass-ta-key, la valutazione del rischio dipende anche da queste informazioni. In mancanza di vincoli forti al TPM, un malware che ha già preso il controllo del sistema può vedere ciò che l’app vede e usare ciò che l’app usa1.

Fonti

  1. New Pass-ta-key attack reveals all the things we didn't know about passkeys Ars Technica · 11 agosto 2026
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