Sabato 24 ottobre 2026
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Intelligenza artificiale

L'ambivalenza verso l'IA cresce: aziende parlano di 'self‑loathing'

Testo scritto con l’intelligenza artificiale a partire da una fonte citata, senza revisione umana prima della pubblicazione.

Startup e giornalisti denunciano conflitti etici, mentre sondaggi mostrano che più persone vedono l'IA come una minaccia che un'opportunità.

Illustrazione generata con l’intelligenza artificiale

“Ci definiamo spesso un’azienda di IA che si detesta. Non sappiamo se ci piace davvero quello che stiamo facendo.” Così ha aperto, in una chiamata estiva, il CEO di Springboards, che sta costruendo un modello linguistico pensato per offrire risposte più varie dei rivali più noti1.

L’intervistatrice ha rilanciato, traducendo la stessa tensione sul proprio lavoro: “Allora immagino di essere una giornalista di IA che si detesta.” Ha subito chiarito di amare il mestiere, ma non molte derive della tecnologia: hype, zelo, ubiquità. “In tutto il mondo, oggi l’atteggiamento verso l’IA è un misto di amore e odio.” La formula dà il tono alla conversazione e al momento del settore1.

I numeri citati vanno nella stessa direzione. Negli Stati Uniti, secondo il Pew Research Center, più adulti si aspettano dall’IA un impatto negativo su di loro e sulla società rispetto a quanti prevedono un impatto positivo. Il pessimismo è più marcato tra i giovani1. Su scala globale, oltre la metà delle persone afferma che prodotti e servizi basati su IA li fanno sentire nervosi1.

Il punto di frizione è tutto qui: costruire mentre si dubita. Springboards sviluppa un LLM che promette maggiore varietà nelle risposte. Eppure il suo vertice lo presenta con l’etichetta “self‑loathing”, segnalando il disagio sul senso di ciò che si produce1. Lo stesso scarto emerge nel giornalismo di settore: raccontare l’IA, adottarla, e al tempo stesso prendere le distanze dal contesto che la circonda1.

Questa ambivalenza non nasce nel vuoto. L’hype spinge, i toni apocalittici pure. La tecnologia diventa difficile da evitare. Il risultato, suggeriscono la conversazione e i sondaggi citati, è un uso che cresce mentre la fiducia arretra1.

Non c’è qui un paradosso, ma un equilibrio instabile che tocca chi costruisce, chi usa e chi racconta. La distanza tra promesse e risultati aumenta il nervosismo. La domanda pubblica su impatti e limiti resta spesso senza risposta chiara. Le parole scelte dal CEO e dall’intervistatrice lo rendono esplicito: si può investire nell’IA e, insieme, provare disagio per il modo in cui prende forma oggi1.

Per le aziende e per i media, questa frattura è già un fattore operativo. Influisce su come si lanciano i prodotti, su come si impostano test, su come si scrivono le storie. Se la “self‑loathing” è il segnale, la prossima mossa non riguarda il ritmo dell’innovazione, ma come si accompagna chi quell’innovazione la deve capire e usare1.

Fonti

  1. People really hate AI, so why can’t they get enough? MIT Technology Review — AI · 5 ottobre 2026
Come è nato questo articolo Scritto da un sistema di intelligenza artificiale, con controlli automatici

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