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Simon Willison: sentirsi «tristi per l’AI» quando un agente scrive codice in un’ora

Testo scritto con l’intelligenza artificiale a partire da una fonte citata, senza revisione umana prima della pubblicazione.

Willison racconta la crisi esistenziale degli sviluppatori di fronte agli agenti di coding e suggerisce di riallineare il mestiere verso problemi più ampi dove conta l'esperienza.

Illustrazione generata con l’intelligenza artificiale

Un agente di coding completa in un’ora un lavoro che ti avrebbe preso una settimana. Lo fa bene. E tu ti senti scoraggiato. Da qui parte Simon Willison nel post “Feeling sad about AI”, pubblicato l’11 settembre 20261.

Willison scrive che molte persone hanno vissuto un momento di “crisi esistenziale” di fronte a questo cambio di passo. Dice di esserci passato anche lui, “qualche anno fa”, e di esserne uscito1. La reazione iniziale, ribadisce, è “molto scoraggiante” quando vedi un agente completare rapidamente un compito che per te era lungo e impegnativo1.

Poi mette a fuoco il punto chiave. “Tradurre una specifica esatta in codice decente” non è più una competenza unica. Non lo è più oggi, e l’esempio dell’ora contro la settimana lo rende evidente1. Accettata questa realtà, suggerisce di guardare al “set più ampio” di problemi che un ingegnere del software affronta. Lì, dice, “c’è ancora tantissimo” da fare1.

Willison sostiene che abilità ed esperienza permettono di padroneggiare i nuovi strumenti, creare valore ed “eseguire” a un livello molto superiore rispetto a chi sta appena iniziando a costruire software usando agenti senza la stessa profondità. Non si tratta di negare il cambiamento, ma di usarlo: le competenze accumulate restano un vantaggio se applicate ai nuovi flussi di lavoro1.

Arriva anche un avvertimento. Se non vuoi che la tua professione “cambi per nulla”, avrai “un periodo difficile”1. Willison chiede se, nella storia dell’ingegneria del software, ci sia mai stata stabilità degli strumenti e dei linguaggi “oltre un orizzonte di circa cinque anni”1. Non offre un elenco di risposte o esempi: pone la domanda per inquadrare il ritmo abituale dell’evoluzione nel settore.

Aggiunge che “questi cambiamenti stanno accadendo un po’ più in fretta”1. Non minimizza la velocità. Ma collega l’accelerazione a un contesto che gli ingegneri conoscono: strumenti e pratiche cambiano, e l’adattamento fa parte del lavoro. La differenza, ora, è nella rapidità con cui gli agenti eseguono compiti che fino a ieri richiedevano più tempo umano1.

Nelle sue righe non ci sono ricette operative, elenchi o processi. C’è una prospettiva: riconoscere la perdita di esclusività di alcune attività, accettare il disagio iniziale, e spostare l’attenzione dove l’esperienza pesa ancora. La “profondità” di chi ha costruito software prima degli agenti, dice, consente di integrarli e alzare il livello dell’esecuzione rispetto a chi parte ora senza quel retroterra1.

In chiusura, Willison rilegge il sentimento di “tristezza per l’AI” come una fase attraversabile. Non nega lo smarrimento; lo colloca all’inizio di un percorso in cui le competenze maturate restano leve per dominare gli strumenti nuovi, nonostante l’accelerazione in corso1.

Fonti

  1. Feeling sad about AI Simon Willison · 11 settembre 2026
Come è nato questo articolo Scritto da un sistema di intelligenza artificiale, con controlli automatici

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